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La lavorazione

LAVORAZIONE DELLA CANAPA

La lavorazione della canapa a Pisoniano, era un compito prettamente femminile da svolgere a tempo perso, quando pioveva; mentre la produzione coinvolgeva tutta la famiglia. La lavorazione, dalla sfibratura, alla filatura, alla tessitura era fatta con tecnologie rudimentali, molto antiche, ma efficaci. Ogni strumento aveva il suo nome, spesso simile a quello di paesi viciniori, specie dell'Abruzzo.

LA PRODUZIONE

La canapa era seminata in terreni leggeri e umidi, a valle. Il terreno doveva essere pianeggiante (allo pianu) o in leggero pendio (alle coste), ben esposto al sole, leggero, arricchito da concimazione naturale (ci manneano 'e pecora), vicino ai corsi d'acqua: Le Canapine . Si riservava una canapina apposta per la coltivazione della canapa. Ogni famiglia ne seminava secondo il proprio fabbisogno o le figlie femmine da maritare. La seminavano che avevano il terreno atto alla semina, anche se non tutte avevano il telaio per lavorarla. Il telaio lo possedevano solo le famiglie più agiate o le donne che provenivano da famiglie che avevano il telaio e le cui madri avessero insegnato loro l'arte di tessere. La trasmissione dell'arte di lavorare la lana era matriarcale. La preparazione del terreno consisteva nella concimazione naturale realizzata con il pernottamento delle pecore nel luogo stabilito per tre o quattro notti. A questo punto, con il terreno ben concimato e ammorbidito dalle urine delle pecore, si procedeva alla vangatura. A marzo si faceva la semina a spaglio. La semina più era fitta e più produceva piante femminili2 più sottili, migliori per la fibra. Ai margini, o dove le piante erano più rade, si sviluppavano piante maschili, più robuste, più legnose e per-ciò meno pregiate, ma utili per la produzione del seme. Non si faceva nessuna sarchiatura, ma al massimo, a maggio una diserbatura a mano.

LA RACCOLTA

Ai primi di agosto (prima 'e S. Vittoria) si raccoglieva. La raccolta si effettuava tagliando le piante al piede con una roncola (runciu). La raccolta si faceva in due tempi: prima si raccoglie-vano le piante più sottili, le femmine, poi più tardi, quando il seme era maturo, si raccoglievano i maschi, troncandoli al piede del fusto con la zappa. Il seme, come si faceva per il grano, veniva battuto con il "frusto"3 , poi spulato al vento (liberato dalla "cama") e poi riposto ben conservato e nascosto dalla portata dei bambini, affamati e ghiotti di quel seme. Le piante femminili, da fibra, venivano riunite in piccoli fasci, manne, e lasciate a seccare sulle stesse canapine, poste in piedi a forma di capanna (a capannolo). Sotto e intorno a queste "capanne" i ragazzi facevano le predelle4. Nelle manne, tra le piante femminili c'erano anche le piante maschili, portatrici di semi dei quali gli uccelli (e non solo loro) erano ghiotti. Quando erano ben asciugate le manne erano pronte per la macerazione. Questa operazione avveniva per sommergimento completo della canapa in pozze (scole) d'acqua. Non esistendo maceratoi, ogni famiglia ricorreva a fosse scavate lungo i fossi con poca portata d'acqua, nei quali si facevano delle paratie per fermare l'acqua. Qui venivano fatte delle piccole cataste di manne, una decina (stroppe) ricoperte da pietre per tenerle immerse e per non farle trascinare in caso di piena. Composta una "stroppa", se ne faceva un'altra a fianco fino ad esaurimento della propria quantità di manne. La canapa restava sommersa otto o dieci giorni, fino a completa macerazione. Le donne controllavano se la macerazione era al punto giusto.

LA MANCINURATURA

Q uando ritenevano che la canapa fosse macerata (era arrivata), la tiravano fuori e le mettevano ad asciugare, sempre a "capannolo". La sera la caricavano sull'asino e la riportavano in paese, nei fienili dove la riposavano e la preparavano per la maciullatura (mancinuratura).

Negli spazi antistanti i propri fienili si terminava l'essiccazione e si procedeva alla fase finale di lavorazione per ridurla in fibre: la decanapulizzazione. Le manne venivano sfibrate, decanapulate con la "mancinura". Questa era formata da due grossi legni che, battuti uno sull'altro, stritolavano la canapa e separavano la fibra dalla parte legnosa, facendo cadere i canapuli (cannucci). Si metteva in mezzo ai due legni una piccola quantità di canapa e poi si batteva fortemente la parte superiore mobile su quella inferiore, stritolando così la canapa. Dopo essere passata alla "mancinura", la fibra ancora grezza e ricca di residui legnosi, veniva passata a un altro attrezzo simile al primo: la "mannura". Questo attrezzo, più alto, più maneggevole, meno faticoso, tanto che poteva essere manovrato anche dalle ragazze, produceva una sfibratura più completa, separando del tutto la parte legnosa da quella fibrosa. Era formato da tavolette, fisse e mobili, che, battendo, sfibravano del tutto lo stelo. Gli ultimi frammenti legnosi che restavano attaccati alla fibra venivano asportati con la "rasciura", una specie di pettine rudimentale, una tavola con chiodi dritti abbastanza fitti, tra i quali veniva fatta passare la fibra per purificarla dalle scorie legnose. Questa operazione aveva lo scopo di pettinare e raffinare la fibra. A questo punto la fibra veniva selezionata: quella di migliore qualità, il mallo5, veniva filata per realizzare tessuti più fini, più delicati, come le lenzuola; quella più scadente, di seconda qualità, veniva usata per tessuti più grezzi, come pagliericci, coperte, sacchi e altre stoffe utili all'agricoltura. A volte venivano usati anche per l'ordito di lenzuola.

LA FILATURA

A desso la fibra era pronta per essere filata. Questo era un lavoro che le donne facevano durante l'inverno, la sera, al lume di candela, fino ad ora tarda. Si avvolgeva il mallo attorno alla parte rigonfia della conocchia, su questo veniva attaccato un uncinetto al quale era appeso il filato. Il filato era avvolto al fuso sotto il quale c'era la "vertecchia", che serviva a prolungare il ruotare su se stesso del fuso. La conocchia, retta con la mano sinistra, era infilata nel busto o in una cintura. Con il pollice e l'indice, bagnati con la saliva, si prendeva dal mallo una fibra di canapa e la si arrotolava, facendo ruotare su se stesso il fuso. Per produrre saliva, ci si metteva in bocca una castagna o qualche altra cosa. Una volta filato, "accia" dopo "accia", il filo veniva riunito in matasse più o meno grandi, che si facevano con l'"aspo6 " o con l'"aspona7 ".

L'ORDITURA

Le matasse venivano portate all'orditora, la quale le ordiva. Prendeva i capi dei fili di ciascuna matassa e li legava a dei pioli infissi su un'asse di legno appoggiato a una parete della stanza, e poi li portava ai pioli di un'altra asse distante alcuni metri. Su questi pioli, da un pioli all'altro, avveniva l'orditura. Fatto l'ordito, i fili venivano presi con molta cura per non farli intrecciare, e portati al telaio.

LA TESSITURA

La tessitura, che era un lavoro prettamente femminile, richiedeva molta pazienza e una buona tecnica. L'ordito, dopo essere stato messo con molta cura per non farlo intrecciare nel rullo posteriore, veniva infilato, filo per filo, secondo il disegno che si voleva realizzare, nel pettine e nei licci. Per infilare i fili ci volevano alcune ore, cinque o sei. Questa era un'operazione molto delicata e se si sbagliava anche un solo filo, bisognava sfilare tutto e ricominciare da capo. A questo punto cominciava il lavoro di tessitura. La tessitura è un intreccio di fili posti uno a fianco all'altro, parallelamente (ordito) e un filo continuo (trama) che scorre tra questi trasportato da una navetta. Il filo dell'ordito e la tela che si veniva formando, erano avvolti su due rulli di legno (subbi), che mantenevano tesi i fili dell'ordito. Con il movimento dei pedali venivano manovrati i licci, che abbassavano e alzavano alternativamente i fili dell'ordito facendo fare ad essi una specie di tunnel, attraverso il quale passava la navetta che portava il filo della trama. Con il movimento opposto dei pedali i licci si alternavano, l'apertura dei fili si invertiva e attraverso di essa veniva lanciata la navetta in direzione opposta. La navetta era di legno lavorato in maniera rudimentale, e la spola interna era un pezzo di canna intorno alla quale veniva avvolto il filo della trama (cannuru). Per farla scorrere meglio bagnavano i fili dell'ordito con una sostanza, l'osema. Bagnavano tanto ordito, quanto ne potevano lavorare prima che si asciugasse (osemata). A ogni passaggio della navetta, la tessitrice spingeva il pettine contro il tessuto, stringendo la trama nel modo desiderato, mentre un regolatore faceva avanzare il tessuto e svolgeva l'ordito necessario. Per fare un tessuto più lavorato, bisognava dividere l'ordito non in due serie, ma in quattro, sei, otto serie e mettere altrettante serie di licci. Terminata la tessitura la tela veniva lavata accuratamente e poi riposta o venduta nei paesi vicini: Gerano e Ciciliano.